Fare impresa in carcere

La XIV edizione della fiera “Fa la cosa giusta” ha presentato, come di consueto, un’occasione per scoprire iniziative e prodotti per un’economia più inclusiva e un mondo più sostenibile ed equo. Quest’anno, a Trento, un’attenzione particolare è stata rivolta all’economia carceraria. Tra gli espositori, sempre più numerosi e diversificati, uno spazio è stato dedicato alle cooperative e aziende che creano i loro prodotti in collaborazione con le carceri. Tra giochi di parole e obiettivi sociali ben definiti, si son presentate diverse realtà,  tra le quali Banda Biscotti, Made in Carcere, Caffè Lazzarelle e Dolci Evasioni. All’ingresso della fiera i partecipanti hanno potuto visitare una cella carceraria ricostruita in un container, stanza molto più angusta e lontana dal concetto di riabilitazione di quanto si possa pensare. Venerdì pomeriggio è stata presentata una tavola rotonda su un tema delicato e necessario, ovvero la connessione fra il mondo del lavoro, l’impresa e il carcere. Animato dal presidente de l’associazione Microfinanza e Sviluppo Onlus Francesco Terreri, l’incontro è stato l’occasione per riunire mondi diversi legati al tema del lavoro in carcere,

Abder ha aperto la discussione con una forte testimonianza, raccontando l’opportunità che ha avuto di lavorare durante il periodo di restrizione affrontato e il trampolino che questo ha costituito verso una vita dignitosa. Trovare lavoro subito dopo il suo rilascio ha posto fine a un circolo vizioso durato diversi anni che lo ha portato più volte in carcere. Il tutto, a causa dell’estrema povertà in cui si è trovato in mancanza di un permesso lavorativo e dell’estrema instabilità dovuta alla necessità di sostentarsi non appena conclusa la pena detentiva. L’attività illegale è stata per lui l’unica soluzione vista la mancanza di connessioni verso il tessuto sociale al di fuori dell’istituto penitenziario.

Su questo tema si è concentrato l’intervento di Antonia Menghini, Garante dei Diritti dei Detenuti della Provincia Autonoma di Trento, che ha tracciato l’evoluzione del sistema normativo legato alle opportunità lavorative per le persone ristrette, all’interno e all’esterno degli istituti penitenziari. Mostrando poi lo stato dell’arte della situazione delle carceri italiane, con una particolare attenzione alla situazione sul territorio trentino, ha delineato problemi ed opportunità della situazione esistente.

L’analisi degli impatti delle opportunità lavorative è complessa sia per la mancanza di indagini statistiche aggiornate – l’ultima indagine sulla recidiva delle persone ristrette risale al 2005 – sia vista la necessità di approfondire e disaggregare le statistiche presentate annualmente dagli istituti penitenziari. La garante ha sottolineato l’importante costo economico del sistema carcerario, evidenziando però che alla luce dell’altissima percentuale di recidiva, prossima al 70% secondo l’analisi del 2005, fallisce non solo nel suo ruolo riabilitativo ma anche di strumento di promozione della sicurezza del territorio. Diverse esperienze hanno dimostrato che proporre opportunità lavorative o di studio alle persone ristrette abbatte il tasso di recidiva, riducendolo ad un valore compreso fra il 10% e il 20%. Le opportunità lavorative rappresentano quindi un’opportunità di riscatto per detenuti ed ex detenuti quanto uno strumento di promozione della legalità. Spesso è il mondo cooperativo ad avvicinarsi al sistema carcerario, ma la garante ha sottolineato la necessità che gli imprenditori si interessino a queste opportunità, positive a livello dei detenuti naturalmente, ma anche a livello di azienda e società.

L’attività lavorativa permette ai detenuti di pianificare una vita “fuori”, che, come ha spiegato Oscar La Rosa di Economia Carceraria Srl, è spesso fonte di ansia più che di gioia, tanto la prospettiva di ritrovarsi soli, senza una fonte di reddito né una rete sociale a supporto li spaventa. Come raccontato da Gheraldo, ex-detenuto presso l’istituto penitenziario di Spini di Gardolo a Trento, lavorare in carcere permette di accrescere “il desiderio di una vita regolare e serena”. È stato assunto non appena concluso il suo percorso detentivo da un’azienda di stampa digitale vicentina. I suoi datori di lavoro hanno raccontato la loro storia, iniziata con la telefonata di un amico che ha chiesto se potessero aiutare un ex-carcerato. Gli imprenditori hanno raccontato le loro perplessità e le loro paure, messe da parte non appena Gheraldo ha iniziato a lavorare con loro mostrando le sue capacità e competenze nonché un forte spirito pro-attivo. La sua integrazione è stata un successo, Gheraldo si è conquistato il soprannome di Leopardo per la sua rapidità e la sua efficienza, e si è scherzosamente sentito chiedere se fosse possibile assumere anche un suo eventuale fratello.

La tavola rotonda è stata l’occasione per ricordare che l’attività lavorativa è vettore di socialità e integrazione, elemento essenziale per garantire opportunità a chi si trova privato di legami sociali e beni. Il lavoro permette di sentirsi utili, di crearsi un percorso di autonomia e quindi di rientrare attivamente nella vita della cittadinanza.  

 

Progetto finanziato dalla Fondazione Caritro, implementato in partenariato con ApasTrentino Arcobaleno, Dalla Viva Voce, Museo diocesano tridentino e la Scuola di preparazione sociale

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